PER UN TEATRO POETICO

Nella mia scuola si insegna a usare il linguaggio poetico in scena, con simboli, metafore e allegorie, facendo a meno il più possibile del naturalismo, e spingendo gli allievi a pretendere quel linguaggio quando vanno a teatro.

Così recita il dizionario:
-allegoria: figura retorica consistente in una descrizione o narrazione che abbia un senso riposto, diverso da quello espresso letteralmente dalle parole. Per estensione quadro o statua che rappresenta un’idea astratta, per esempio “La Primavera del Botticelli”.
-metafora: figura retorica per la quale si esprime, sulla base di una similitudine, una cosa diversa da quella nominata trasferendo il concetto che questa esprime al di fuori del suo significato reale. Es.: sei un fulmine per dire che sei velocissimo.
-simbolo: oggetto o raffigurazione di una cosa concreta che rappresenta un concetto astratto. Es.: l’àncora è il simbolo della salvezza, la bandiera del la patria.

Nelle Accademie d’arte, intese come scuole dove insegnano pittura, scultura ecc…, spiegano che grazie o a causa del la fotografia il naturalismo è morto. E ovviamente, io dico, che con il cinema il naturalismo in teatro dovrebbe essere altrettanto morto. Purtroppo non è così, troppi spettacoli ancora girano senza che ci sia altro che la realtà portata così com’è in scena.

Tre esempi:

-lo zio di Amleto sulla sedia a rotelle. Rappresenta un Re illegittimo.
-la lunga striscia rossa che attraversa il palco con Amleto o con Ofelia. Rappresenta la violenza tra i due e la verginità che lei ha perso.
-il truccarsi dell’attrice al termine di uno spettacolo per diventare affine all’uomo che ama, che è un attore che si è truccato, in scena, da vecchio. Un grande gesto d’amore.

Il pubblico spesso capisce cosa significa quella particolare scelta registica, ma il più delle volte, soprattutto se non sono addetti ai lavori, la capiscono con la pancia e non con il cervello. Che forse può essere meglio, ma gli allievi devono capire anche con il cervello. Devono imparare gli spostamenti.

Un esercizio:

-entrare in un appartamento: senza mimare o fare finta di aprire una porta, ma, per esempio, partendo con gli occhi chiusi, aprendoli e cominciando a guardare i mobili, gli oggetti (immaginari) e tutta la stanza muovendosi in essa. Il pubblico vedrà ciò che vedremo noi, e capirà che siamo “entrati” nella stanza operando uno spostamento.

Può darsi che l’uso degli spostamenti aiuti a generare stati d’animo, soprattutto a commuovere. E che quindi si possa correre il rischio di abusarne, non solo in quantità ma anche in qualità. Ovvero usando spostamenti in modo pretestuoso, in un momento che avrebbe potuto essere messo in scena in maniera lineare, senza cercare per forza uno spostamento (quantità). O usando spostamenti troppo criptici, ovvero chiari solo per il regista (qualità)

Da un mio allievo e da una mia amica, dopo due spettacoli differenti (non miei): "bello, ma non ho capito niente!"
Quando il regista, preso da troppe concettualizzazioni e da troppi intellettualismi non comunica il suo punto di vista, fosse anche solo per una scena, commette un grave errore. Il teatro, tra le varie cose, è comunicazione, e se il pubblico non capisce viene meno una delle sue funzioni. Ma a questo proposito vorrei chiarirmi una cosa: io amo assistere a spettacoli dove non vedo la tecnica ma solo la poesia, dove non ho il tempo di fermarmi a pensare, dove capisco con la pancia pur conoscendo la tecnica. Ed è un capire che crea emozione. Ma non mi succede spesso.

Come si impara a ragionare per spostamenti? Io credo che non sia necessario pensare. Dovrebbe essere sufficiente prendere un oggetto qualunque e giocarci, interagire, come se fosse tutt’altro.

Un altro esercizio:

-prendete ognuno un oggetto e usatelo come se fosse tutt’altro. Giocateci, come se foste dei bambini. I bambini, anche quelli più viziati e pieni di giocattoli, non hanno bisogno di molto per giocare. Una volta ho osservato per almeno venti minuti un bambino che da solo, in uno spiazzo sterrato senza un filo d’erba, giocava come se fosse in compagnia di altri tre o quattro bambini.
Parlava ad alta voce, si confrontava con gli altri in forma dialogica, cioè ascoltandoli, e a volte dava loro ragione riguardo a questioni riguardanti la storia che aveva inventato. Come oggetto aveva solo un bastone di legno, che di volta in volta diventava ciò che gli serviva. Era già teatro.
Lasciatevi andare e credete nel gioco che fate, come dei bambini.

Gli animali usano simboli? Non lo so, ma non credo. So che, da quando esiste l’uomo, i simboli sono patrimonio del nostro raziocinio. Un uomo primitivo, o molti contemporaneamente in varie zone della Terra, hanno sentito che qualcosa che possedevano significava molto più del semplice valore di quell’oggetto. Per esempio il teschio di un grosso animale ucciso o di un nemico, comunicava agli altri membri della sua tribù la forza e il valore di chi lo possedeva. E bastava mostrarlo, o addirittura fare sapere di possederlo. Se io in scena metto lo zio di Amleto su una sedia a rotelle, uso uno spostamento che serve a comunicare un potere dimezzato, incompleto, non totalmente legittimato. E sperando che nessuno in platea si offenda ma capisca l’uso simbolico della sedia.

-un attore del cast di Amleto mi chiese: lo sai che i paraplegici maschi, normalmente, non possono avere erezioni? E allora non è un po’ strano che Gertrude si sia sposata con un paraplegico? A meno di dare per scontato che il Re abbia avuto un incidente dopo il matrimonio, ma questo nella storia non c’è, quindi come spieghi…

Quell’attore mi deluse. Una domanda del genere da un professionista significa avere un ritardo nella comprensione del “gioco del teatro”. Che potrei sintetizzare anche così: vedo una cosa, o una scena, o una situazione, capisco di cosa si tratta nella realtà ma non mi interessa, e bado solo a quello che “significa”.

Una volta persi un allievo. Capita, ma in quell’occasione disse a una sua compagna “non capisco il teatro di metafora. Per me la notte è solo la notte.” Io non ho mai usato questa definizione, teatro di metafora, e mi sembra anche riduttiva. Comunque per un teatrante sono convinto che sia importante capire che la notte può anche essere solitudine, cecità, incapacità di comunicare, isolamento, deserto, ignoranza, ma anche intimità, sicurezza, tepore, l’universo…

Per un teatro poetico

MARCO FILATORI